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Crescentino è una cittadina della regione Piemonte situata nel basso vercellese con circa 8000 abitanti. Situato alla confluenza tra il Po e la Dora Baltea, questa cittadina ha rappresentato nei secoli un punto strategico per il controllo della viabilità tra il monferrato, il vercellese, l'astigiano e il torinese.
Fondata nel 1242 dal comune di Vercelli come borgofranco, fu subito uno dei borghi più importanti della zona, data la sua favorevole posizione geografica, nonché l'abbondanza di acqua e la fertilità del suolo. Tra i tanti episodi storici possiamo ricordare che nel 1776 Crescentino Serra, fece spostare per circa 2,5 m un intero campanile, adiacente all'attuale chiesa della Madonna del Palazzo, senza smontarlo, con alcuni ingegnosi, ma rudimentali strumenti dell'epoca. Nel 1799 sostò a Crescentino il papa Pio VI; infatti, durante il dominio napoleonico il papa fu condotto prigioniero in Francia. Nel 1805, invece, lo stesso Napoleone Bonaparte per una notte, fece tappa in questa cittadina.
Al giorno d'oggi le attività produttive sono prettamente legate all'agricoltura, soprattutto coltivazione del riso, e alla presenza di alcune fabbriche metalmeccaniche.

LA STORIA
DAL BORGOFRANCO AI TAZZONI
La città di Crescentino sorge su di una pianura posta alla confluenza della Dora Baltea con il Po, ai piedi della rocca di Verrua Savoia. Il toponimo trae origine dal personale romano, diminutivo di Crescens, piuttosto diffuso nella Gallia Cisalpina e nel Piemonte del secolo XIII.
Fondata nel 1242 dal comune di Vercelli come borgofranco, ebbe difficili inizi in quanto il territorio apparteneva alla vicina abbazia benedettina di San Genuario e quindi la sua realizzazione incontrò una tenace resistenza da parte degli abati, sia per la sottrazione dei fondi coltivi, sia per lo spopolamento progressivo dei servi e dei coloni dai villaggi che sorgevano intorno all’abbazia stessa. La favorevole posizione geografica, l’abbondanza naturale delle acque e la fertilità del suolo, avevano spinto i vercellesi ad edificare un nuovo borgo, necessario per creare un avamposto sul confine della diocesi di Ivrea, nonché per affermare la supremazia comunale in una zona politicamente vulnerabile, a ridosso delle colline del Monferrato, i cui marchesi miravano ad espandersi alla sinistra del Po L’affrancamento dei servi da ogni onere feudale fu certamente il frutto di una accorta politica, mirata a sottrarre la popolazione dal controllo abbaziale. Ma solamente dopo il 1262, attenuata la vertenza con l’abbazia di San Genuario, Crescentino riuscì ad affermarsi autonomamente. Il tracciato originario del borgo aveva la forma di un quadrilatero irregolare, diviso a metà da una via principale, a sua volta intersecata da tre contrade minori. Gli edifici dell’attuale centro storico, quantunque compromessi da fenomeni edilizi disordinati, presentano una caratteristica strutturale piuttosto omogenea. Di particolare interesse sono la torre civica, costruita probabilmente verso la fine del Trecento, i portici della via centrale e la chiesa parrocchiale, ricostruita nei secoli XVI e XIX.
All’inizio del secolo XIV, i contrasti profondi fra le varie famiglie vercellesi dei Tizzoni e degli Avogadro degenerarono in lotte turbolente. Nel 1310, in occasione del suo viaggio in Italia, l’imperatore Enrico VII sciolse il borgofranco di Crescentino dal vincolo di dipendenza comunale e lo concesse a Riccardo Tizzoni, fautore della fazione imperiale. La ratifica di tale atto da parte dei crescentinesi avvenne in modo solenne il 7 aprile 1315 e così ebbe origine un piccolo organismo signorile che dovette poi inevitabilmente scontrarsi con le comunità vicine, in modo particolare con l’abbazia di San Genuario. I vicini fondi coltivi di questa abbazia, oramai in declino, costituivano infatti una indubbia attrattiva e la loro annessione 2 Crescentino avrebbe recato un aumento di ricchezza e di prestigio. Consolidate quindi le condizioni signorili nell’interno del borgo, i Tizzoni decisero un’azione graduale, ma ben mirata, contro il monastero, saccheggiando ripetutamente i territori dei villaggi circostanti. Le violenze dovettero essere piuttosto consistenti, tanto da indurre Eusebio di Tronzano, vicario generale della diocesi di Vercelli, ad intimare nel 1319 al podestà e alla popolazione di Crescentino la restituzione di tutti i beni terrieri indebitamente occupati. Inutili ed infruttuosi furono i ricorsi dei monaci al papa. Il 27 febbraio 1335, presso il castello di Verrua, un antico baluardo che si ergeva come sentinella vigilante sulla collina a destra del Po, si giunse ad un accordo, mediante il quale l’abate Bonifacio di San Genuario concedeva in comunione con i coloni dell’abbazia stessa il tenimento denominato Apertole.
A Riccardo Tizzoni, morto nel 1343, era successo il figlio Antonio. Questi mantenne buoni rapporti coi paesi vicini, promulgò gli Statuti, favorì l’agricoltura e il dissodamento dell’incolto. In questo periodo, caratterizzato dall’egemonia viscontea, il marchese di Monferrato, Giovanni Paleologo, riuscì ad ottenere dall’imperatore Carlo IV l’investitura di Crescentino e Verrua, senza averne però l’effettivo dominio. Quando nel 1364 venne stipulata la tregua tra Monferrato e Visconti, i Tizzoni di Crescentino si allinearono alle proposte di pace ed il paese conobbe un periodo di prosperità. Col passaggio del castello di Verrua dal dominio vescovile a quello sabaudo nel 1387, si attenuarono pure le contese con le comunità vicine. Nel 1409, Giacomo Tizzoni, figlio di Riccardo II, si accordò col cugino Antonio, abate di San Genuario, per controllare economicamente i territori abba-ziali, inviando un’istanza a papa Martino V, nella quale affermava che le grange del monastero, retaggio di un antico splendore, erano deserte da circa mezzo secolo e si dichiarava disponibile a costruire un castello per la difesa del luogo in cambio dell’investitura di metà dei territori. Pur avendo ottenuto l’approvazione pontificia, l’abate, avuto sentore delle trame del cugino, cambiò parere e ricusò la stipula del contratto. Tale problema si trascinò stancamente fino al 1427, allorché Filippo Maria Visconti sottoscrisse un trattato di pace con Amedeo Vili di Savoia, separandolo dalla lega anti-viscontea. L’accordo venne suggellato col matrimonio della figlia del duca di Savoia col Visconti. Così la città ed il territorio di Vercelli passarono sotto il dominio sabaudo. Giacomo Tizzoni, tradizionalmente legato ai Visconti, in presenza di questi avvenimenti che avevano mutato bruscamente l’assetto politico, inviò i suoi ambasciatori al papa e alla corte di Amedeo Vili, per sollecitare l’infeudazione di San Genuario e neutralizzare così l’opposizione dell’abate. Mentre fervevano intense pressioni diplomatiche onde raggiungere l’annessione di metà delle grange abbaziali, dall’altro versante i Tizzoni conseguirono un importante traguardo presso la corte dell’imperatore Sigismondo: l’erezione di Crescentino in contea (27 settembre 1434) e la creazione di Giacomo tori dei villaggi circostanti.

LA FINE DEL DOMINIO FEUDALE
Quando agli inizi del 1613 il duca di Savoia si organizzò per un attacco di sorpresa al Monferrato, il borgo di Crescentino assunse un'importanza fondamentale per i collegamenti con Torino ed Asti, attraverso il controllo del porto natante sul Po. In seguito alle continue lagnanze del comune e di alcuni notabili molto influenti contro i nuovi signori, il duca decise di acquistare il feudo per la somma di 16.875 ducati, concedendo ai Tizzoni l'investitura di Rive, Costanzana, Pertengo, nonché il titolo onorifico di marchesi di Crescentino. Con successivo atto del 23 dicembre avvenne la formale cessione del feudo, diritti e giurisdizione, al comune di Crescentino per la somma di 30 mila ducati.
Tale atto, quantunque assai oneroso, fu di rilevante importanza, in quanto non solo poneva fine al dominio signorile, ma precludeva per il futuro l'instaurarsi di qualsiasi rapporto feudale, ad eccezione dei figli legittimi di Casa Savoia. Con la morte di Carlo Emanuele Tizzoni senza figli, avvenuta - come si è detto - nel 1592, la discendenza continuò attraverso un ramo collaterale. Fra i personaggi di tale ramo cadetto, che nei secoli XVII e XVIII ebbero cariche militari e politiche ricordiamo Giorgio Enrico Emanuele, gentiluomo di camera e cavaliere dell'Ordine Mauriziano; Giovanni Battista Sigismondo, morto a Torino il 29 gennaio 1726; Lucio Tommaso (1719-1792), tenente generale; Giuseppe Amedeo Alessandro (morto nel 1782), che ebbe tre figlie: Paolina (1735-1817), sposatasi col conte Girolamo Scarampi di Camino, al quale portò in dote anche l'archivio dei Tizzoni (oggi custodito presso la Biblioteca Reale di Torino); Maria Teresa Camilla, (morta nel 1818), dama della regina Maria Antonia Ferdinanda, sposatasi col marchese Giambattista Fontana di Cravanzana; Maria Angelica Luisa, sposatasi col conte Giacomo Gamba della Perosa e morta a Torino il 19 gennaio 1819.

LE GUERRE DEL '600 E DEL '700
All'incremento demografico del borgo corrispose, nei primi anni del Seicento, la ripresa del mercato cittadino, con scambi sempre più intensi coi paesi vicini. Grazie anche ad un periodo relativamente tranquillo, ci fu un significativo impulso dell'artigianato e del piccolo commercio. Lo sviluppo della vita cittadina si manifestò nella ristrutturazione del centro urbano, con particolare riguardo ai portici e alle nuove cinte murarie, eseguite dal capomastro Simone Cerutti, designato dal sovrintendente alle fortezze sabaude, conte Èrcole Negro di Sanfront, generale dell'artiglieria ed ingegnere militare, che fece testamento a Crescentino il 19 giugno 1613. Per quanto riguarda le relazioni con altri paesi, segnaliamo l'intensificarsi dei matrimoni con gli abitanti del borgo di Vische, il cui vincolo di amicizia si manifestava soprattutto nelle feste e sagre paesane. Il lento affermarsi della classe contadina stimolava la produzione agricola e parte della ricchezza veniva investita nell'acquisto di nuova terra. In questo periodo emersero alcuni grandi proprietari, che costituirono poi l'ossatura portante dell'economia crescentinese.
Ma la vita operosa fu bruscamente interrotta dall'attività bellicosa del duca Carlo Emanuele I di Savoia. La sua mente agile e irrequieta lo spinse ad imprese ardue e a vasti progetti politici. Infatti, in piena antitesi con l'immobilità degli altri principi italiani, egli si oppose alle preponderanze straniere, vigilò le sue frontiere, non si disarmò di fronte alle intimidazioni, anzi, attuò una tenace politica di aggressione per gettare le basi di uno stato unitario ed allargato, comprensivo del milanese, di Genova e del Monferrato.
Su quest'ultimo territorio vantava diritti di successione e l'occasione venne allorché il 22 dicembre 1612 morì di vaiolo a Mantova il duca Francesco Gonzaga. Poiché le trattative diplomatiche condotte dall'abate Alessandro Scaglia di Verrua non approdarono a nulla di concreto, il duca, privo di sicure alleanze e contro il parere della maggior parte dei suoi consiglieri, decise nell'aprile del 1613 un colpo di audacia, occupando, nel giro di pochi giorni, Trino, Morano, Alba, Moncalvo e Gabiano. La fulminea azione di guerra provocò, com'era prevedibile, le immediate reazioni delle corti di Mantova e di Madrid.
Il borgo di Crescentino fu utilizzato come luogo strategico per la sussistenza e per i vari collegamenti con le truppe sabaude. Data la sproporzione delle forze, le vicende della guerra non potevano essere favorevoli al duca, che fu costretto a cedere i paesi occupati. Le spese per sostenere la campagna militare furono ingentissime. Solo Crescentino dovette sborsare oltre 130 mila ducati, senza contare l'onere per i nuovi interventi alle fortificazioni e i danni di guerra subiti. Così gli spagnoli, con una forma perentoria che non ammetteva replica, gli ordinarono il disarmo generale. Dinanzi ad una siffatta intimidazione, egli restituì alla Spagna il collare del Toson d'Oro e si preparò per una nuova offensiva. Nell'autunno del 1614, l'Hinoiosa, governatore spagnolo di Milano, con oltre 25 mila soldati, passò il Sesia a Villata, occupò Caresana e Motta dei Conti, indi spinse alcuni reparti contro Crescentino senza riuscire ad occuparla, anche perché il duca giunse velocemente, collegando Verrua con un ponte di barche, onde poter raggiungere al più presto Asti minacciata dall'Hinoiosa.
Le continue imposizioni fiscali, la necessità sempre più urgente di reperire farina di frumento per le truppe, determinò una grave crisi economica, accompagnata da una forte svalutazione monetaria. A Crescentino, dopo molti appelli inascoltati, il 21 novembre 1615 il comune inviò un drammatico rapporto al duca, in cui denunciava la profonda miseria che aveva causato la mortalità di gran parte della popolazione, tanto che persin i soldati posti a presidio del borgo ne subivano i riflessi per la mancanza di sussistenza. Gli espedienti momentanei della politica sabauda non valsero a risollevare le sorti del paese, anzi, pochi mesi dopo, il duca, attraverso un proclama affisso davanti a tutte le chiese, informava della ripresa delle ostilità contro la Spagna, per difendere l'antica libertà. Malgrado due trattati di pace stipulati ad Asti, la guerra divampò rapidamente nel vercellese. Dopo alcuni aspri combattimenti svoltisi presso l'abbazia di Lucedio, l'esercito spagnolo mosse contemporaneamente su San Germano e Crescentino. Il tentativo di occupare questi paesi era finalizzato ad isolare il duca, tagliandogli la strada per Torino e per Asti.
Ma Carlo Emanuele da Asigliano cercò di impedire che il nemico si impadronisse di Crescentino e, con una marcia forzata, riuscì a raggiungere il borgo, mentre San Germano cadeva per mano di un traditore. Il governatore di Milano, al quale interessava conseguire qualche successo militare importante per la corte di Madrid, nel consiglio di guerra sostenne la necessità di assediare Crescentino ed il forte di Verrua. Invece, il 24 maggio 1617 attaccò Vercelli, difesa dalle scarse forze di Manfredo Scaglia, marchese di Caluso e figlio del conte di Verrua. La città, dopo una resistenza di 64 giorni si arrese e fu poi restituita a Carlo Emanuele I il 15 giugno 1618, quando si verificarono le condizioni per una tregua, mentre a Milano giungeva il duca di Feria, quale nuovo governatore. Le ultime guerre combattute da Carlo Emanuele I che videro Crescentino teatro delle contese, riguardano l'assedio di Verrua, posto dagli spagnoli nel 1625. Il lungo conflitto si innestava nel gioco delle grandi competizioni europee, in quanto la politica sabauda, sostenuta prima da Venezia e poi dalla Francia, intervenne contro la Spagna e l'Austria che avevano occupato la Valtellina cattolica, allora incorporata nel cantone dei Grigioni, per proteggerla dall'azione punitiva dei protestanti svizzeri. Dall'altro versante, il duca aveva aperto un fronte su Genova attraverso il Monferrato, provocando l'intervento diretto dell'esercito spagnolo, che, dopo qualche esitazione se assediare Vercelli o Crescentino, oppure se marciare verso il chierese sulla sponda destra del Po, attaccò la fortezza di Verrua, strategicamente importante e scarsamente fortificata.
Per la difesa del castello il duca si stabilì col grosso del suo esercito sulla pianura di Crescentino, nella regione detta Roncole, all'inizio della strada per la frazione Mezzi da Po, ove si collegò con le truppe francesi, comandate dal maresciallo di Crequi, raggiungendo una consistenza di circa 10 mila uomini. Qui fece costruire un fortino tenagliato e con delle chiatte galleggianti si collegò al basso forte terrapienato, ai piedi della rocca, indi stabilì un collegamento con la strada e ponte del Soccorso, onde far giungere viveri e munizioni nell'interno della fortezza.
L'esercito spagnolo, forte di 20 mila soldati, 5 mila cavalli e 20 cannoni, raggiunse Verrua l'8 agosto e si dislocò nella collina fra le frazioni di Carbignano e Cascine, pensando di espugnare il castello nel giro di breve tempo. Ma durante i giorni che precedettero la marcia degli spagnoli da Asti verso Verrua, il duca era riuscito a far entrare nel castello circa un migliaio di soldati al comando del Saint Réran, designato come governatore, il quale con grande rapidità fece scavare dei grossi trinceroni fuori dalla cinta muraria, riadattò i vecchi rivellini e fece collocare l'artiglieria nelle alture strategicamente più importanti, per contrastare le soverchianti forze nemiche.
Assai interessanti sono le lettere che il duca scrisse dal campo di Crescentino al re di Francia, per informarlo sull'andamento delle operazioni militari. Fu durante questo lungo assedio che Carlo Emanuele presenziava alla Santa Messa nella confraternita di San Michele, posta nella contrada dei Bastioni. Il connestabile di Francia, maresciallo di Lesdiguières, ritenendo imminente l'arrivo di rinforzi spagnoli, invitò il duca a reclutare quanti più soldati possibile per resistere all'assedio. Il 4 novembre Carlo Emanuele giunse a Crescentino con altri 2 mila uomini e settecento cavalli, portandosi a Verrua attraverso il ponte di barche.
Le perdite di alcune postazioni spagnole nella collina verso Moncestino non furono più riconquistate per la forte pressione delle truppe francesi a presidio del ponte. Il duca di Feria e il suo consigliere, don Gonzales di Cordova, pian piano indietreggiarono trasferendo l'artiglieria pesante a Pontestura. Nella notte tra il 17 e 18 novembre, dopo tre mesi di vani assalti, gli spagnoli abbandonarono il campo in gran disordine, suscitando l'ilarità di Pasqualin da Mazorbo, soldato nel presidio, che scrisse d'averli visti fuggire come tanti matti con le loro bandiere nel sacco. Oltre alla perdita di circa 12 mila uomini, incalcolabili furono i danni finanziari e morali subiti dalla Spagna. Da parte sabauda e francese le perdite, stimate approssimativamente, furono di circa 8 mila uomini. Dall'analisi dei documenti del periodo che va dal 1613 al 1625 la popolazione crescentinese risulta pressoché dimezzata, il piccolo commercio paralizzato e l'agricoltura ridotta quasi a nulla, a causa dell'impossibilità di preparare i terreni e del continuo passaggio di truppe. Dal sopralluogo ordinato dal comune alla fine dell'assedio, risulta che tutte le case delle frazioni circostanti, da Cerrone a Santa Maria, erano state devastate e scoperchiate per asportare i legnami indispensabili per collocare delle chiatte galleggianti sul fiume Po, nonché per costruire delle baracche per i soldati. La fascia costiera a sinistra del Po per lungo tempo venne inibita alle colture, riducendo alla miseria quelle piccole comunità che vivevano di caccia e pesca. Le leggi restrittive sull'edilizia urbana, inoltre, costituirono l'ostacolo principale all'alienazione di beni immobili ai forestieri, impedendo in questo modo una possibile immigrazione per integrare il tessuto urbano, fino a quando il senato ducale, sollecitato dal comune di Crescentino, emise un provvedimento correttivo, esentando inoltre la popolazione da ogni tassa per dieci anni. Nonostante questi provvedimenti, la sproporzione fra le grandi ambizioni del duca di Savoia e l'esiguità delle risorse umane, materiali ed economiche su cui poteva contare, soprattutto durante l'assedio di Verrua, determinarono una grave crisi nel borgo, il quale, dalla sfavorevole situazione si riprese con molta fatica, come risulta dai registri dei conti del comune negli anni che seguirono. Le difficoltà maggiori rimanevano nelle campagne devastate ed inselvatichite; villaggi interi erano rimasti vuoti per la mortalità totale degli abitanti e lo stesso consiglio comunale sospese le riunioni per parecchio tempo a causa della scomparsa dei capi famiglia più rappresentativi.
Anche se non possiamo prendere alla lettera i documenti dell'epoca che ci presentano il paese come ridotto ad un insieme di lande deserte, certamente il perdurare dell'occupazione militare nei primi decenni del Seicento non solo aveva paralizzato l'economia, ridotto il mercato cittadino e diminuito il consumo per effetto della miseria generale e del grande spopolamento, ma aveva provocato l'arresto dell'amministrazione comunale nelle opere pubbliche essenziali, come la canalizzazione e regimazione delle acque, la manutenzione delle strade, vanificando quella tenace attività di bonifica che aveva assicurato la prosperità agli inizi del secolo. I tentativi di ristabilizzazione dell'economia in Crescentino diedero qualche frutto solo dopo il 1630, sotto il governo di Vittorio Amedeo I, il quale fu costretto a firmare l'anno successivo l'umiliante trattato di Cherasco. Con questo atto dovette rinun-ziare ogni pretesa sul Monferrato e subire l'occupazione di Pinerolo da parte della Francia che controllava anche la fortezza di Casale. Cominciò così il periodo della preponderanza francese in Piemonte, a cui si aggiunsero anche le conseguenze negative di due reggenze femminili. La prima fu durante l'età minorile del duca Carlo Emanuele II (1638-1675), posto sotto la tutela della madre Cristina, che per essere stata sorella di Luigi XIII venne detta Madama Reale. Questi anni furono aggravati anche dal fatto che i cognati di Cristina, il cardinale Maurizio e il principe Tommaso, essendo stati esclusi dal Consiglio della Reggenza.si misero in aperta ribellione. Non appena la reggente rinnovò la lega difensiva-offensiva con la Francia il 3 giugno 1638, il governatore spagnolo Leganes si diresse ad assediare Vercelli. Così i francesi, il 26 giugno, col pretesto di portare soccorso a quella città, occuparono Crescentino, depredarono la popolazione, facendo razzia degli arredi sacri nelle chiese. Ancora nell'anno successivo alcuni reparti spagnoli assalirono Crescentino e Verrua mettendole a sacco. I danni di questa prima reggenza furono attenuati quando raggiunse la maggiore età Carlo Emanuele II, che, pur senza potersi liberare dall'influenza francese, curò l'amministrazione, riordinò la finanza e promosse lo sviluppo edilizio. Ma fu al figlio Vittorio Amedeo II che toccò la sventura di chiudere questo nefasto periodo d'invadenza francese e di riportare il Piemonte fra i protagonisti della storia europea. Tuttavia, l'emancipazione dello stato sabaudo si realizzò solo dopo la seconda reggenza, tenuta da un'altra principessa francese, Maria Giovanna di Nemours. D'altra parte la riscossa savoiarda non poteva avvenire che in sincronismo con la reazione europea contro Luigi XIV.
Nei primi tempi del suo regno, Vittorio Amedeo II mantenne una politica in linea con quella della Francia. Quando però crebbe il pericolo di restare soffocato dalla soverchia presenza di soldati francesi in Piemonte, che avevano occupato Casale ed avevano imposto la consegna di alcuni forti, tra cui Verrua, decise di aderire alla lega Augusta, costituitasi per contrastare l'egemonia del re di Francia. Così la guerra funestò nuovamente i nostri paesi. Vittorio Amedeo II, sconfitto dal maresciallo Catinat, presso l'abbazia di Staffarda, fu costretto alla resa. Ma col successivo trattato di Ruswick del 1697, ottenne la restituzione di Pinerolo e lo sgombero delle truppe francesi dal Piemonte. Tale pace separata assicurava al duca di Savoia anche il ritorno di Casale sotto Mantova. Com'è noto, con la morte di Carlo II, ultimo erede della dinastia asburgese di Spagna e l'accettazione del suo testamento da parte del re di Francia, il quale si era affrettato ad insediare sul trono spagnolo il nipote Filippo V scoppiò un generale conflitto, meglio conosciuto come guerra di successione spagnola. Alle prime schermaglie diplomatiche, Vittorio Amedeo II passò dalla parte austriaca, provocando un'azione punitiva di Luigi XIV Ma essa fu infranta dall'ostinata quanto inattesa resistenza della fortezza di Verrua. Il duca di Vendòme, designato dal re di Francia quale comandante della campagna in Piemonte, era - secondo i biografi - un generale molto fiducioso in se stesso, ma valoroso e sagace. In un suo scritto del 12 ottobre 1703 si dimostrava sicuro di concludere la guerra con successo e, dopo la caduta di Vercelli e Verrua, avrebbe marciato rapidamente su Torino. La lentezza delle operazioni consentì tuttavia a Vittorio Amedeo II di allestire un esercito di 18 mila uomini e di sollecitare l'arrivo del contingente imperiale di altri 14 mila soldati, comandati dal conte di Starhemberg, che si trovava nei pressi di Parma. Mentre il Vendòme con 27 mila uomini e 9 mila cavalli attendeva invano altri rinforzi nei pressi di Casale, le truppe sabaudo-imperiali vennero dislocate lungo il Sesia, a Trino e tra la Dora Baltea e il Po, nei pressi di Crescentino.
In seguito a tale spiegamento di forze, notava il Venderne, non era prudente avanzare verso Torino lasciando dietro il duca di Savoia a Cresccntina con le sue truppe. Nella primavera del 1704 l'esercito francese occupò Vercelli e Trino, cosicché il duca fu costretto a rafforzare lo sbarramento da Verrua a Crescentino. Il 14 ottobre, dopo aver raggiunto i più importanti punti strategici del Piemonte, il Vendòme pose l'assedio alla fortezza di Verrua, ultimo ostacolo prima di assediare la capitale, ritenendo che con la caduta di questo baluardo il duca di Savoia sarebbe sceso sicuramente a trattative. Ai primi di novembre, dopo sanguinosi scontri, il Vendòme decise un assalto simultaneo contro tutto il complesso fortificativo che digradava dal Fort Royal di Carbignano, mentre altri battaglioni da Trino dovevano guadare il Po per assalire di sorpresa Crescentino. Ma il duca di Savoia informato da alcuni disertori delle mosse del Vendòme, abbandonò il campo di Carbignano, facendo saltare le fortificazioni, per poter meglio difendere Crescentino. Resa impossibile tale operazione ed indispettito dall'accanita resistenza del castello, che dopo quattro mesi d'assedio non era ancora capitolato, il Vendòme riuscì ad isolare Crescentino da Verrua, dietro consiglio dell'ingegnere militare Antonio Laparà, inviato appositamente da Luigi XIV La sera del 13 marzo giungerà a Verrua l'ultima bomba vuota detta corriera, sparata dal campo alleato di Crescentino, con le istruzioni al comandante militare colonnello De Fresen, che aveva sostituito il De la Roche d'Allery, ferito. Il 9 aprile 1705 Verrua, senza più viveri, si arrendeva con l'onore delle armi, ma la sua resistenza consentì la difesa di Torino e l'arrivo delle truppe imperiali del principe Eugenio di Savoia alle spalle del nemico, vanificando l'assedio francese alla città. Con la caduta di Verrua, Vittorio Amedeo II tolse il campo di Crescentino, portandosi prima a Castagneto Po e poi a Torino, così tutto il territorio circostante rimase alla mercé del Venderne, che devastò i raccolti ed infierì sui malcapitati contadini, lasciando alcuni presidi prima al comando del Conoch e poi del La Valette che, attraverso il commissario di guerra Demurat, taglieggiarono anche i vicini paesi di San Genuario, Lamporo e Fontanetto, fino alla loro partenza per la Francia attraverso il piccolo San Bernardo.
Dopo i trattati conclusivi della guerra, i crescentinesi rinnovarono la loro fedeltà al ducato sabaudo con formale atto del 24 luglio del 1715, ma le condizioni di vita e di lavoro di una notevole parte della popolazione avevano subito un duro contraccolpo per le pesanti imposizioni fiscali. Dalle fonti documentarie ed in particolar modo dai catasti, riformati proprio in quel periodo, risulta abbastanza chiaramente che la crisi demografica non fu così accentuata come abbiamo visto durante le guerre del Seicento.
Ciò favorì la stabilizzazione della manodopera agricola e rafforzò la diffusione dei contratti di affitto e di mezzadria, mantenendo pressoché inalterata la concentrazione di alcuni grandi territori in mano alla vecchia borghesia, rappresentata soprattutto da notai ed avvocati, che costituì la vera classe socialmente elevata del borgo.
Tale nuova vitalità produsse l'intensificazione del lavoro agricolo, del piccolo commercio e dell'edilizia. Risalgono a questo periodo, infatti, la trasformazione di alcune attività artigianali in piccole industrie, come la lavorazione del ferro nella cascina Frera, che era situata nelle vicinanze dell'odierna villa Tournon, la realizzazione di varie botteghe con attività finalizzate soprattutto all'agricoltura, la formazione di cantieri di mastri da muro, che operarono largamente alla ricostruzione dei vecchi palazzi signorili e delle chiese, fra le quali quella detta della Risurrezione nel cimitero vecchio, quella della borgata di Santa Maria, dedicata alla SS. Annunziata, le confraternite di San Bernardino, San Michele ed il santuario della Madonna del Palazzo.

IL PERIODO NAPOLEONICO
Crescentino, che con regie patenti del 15 giugno 1752 aveva ottenuto il titolo di città, venne eretta da marchesato in principato e concessa in feudo a Benedetto Maurizio, duca di Chiablese. L'anacronistico provvedimento fu male accolto dalla cittadinanza, perché significava nuovamente un aggravio fiscale ed un ritorno al passato. Intanto, la propaganda rivoluzionaria che dalla Francia filtrava attraverso i ceti borghesi, era favorita dal diffondersi del malcontento. Sorsero così le prime ipotesi di riforme, ma il sovrano non solo manteneva un atteggiamento ostile, ma si dimostrava insensibile anche ai forti richiami suscitati dal vento della rivoluzione francese. A Vercelli, nel 1790, il sussulto della borghesia per taluni privilegi nobiliari provocò l'arresto di alcune persone.
Fu durante questi avvenimenti che comparve il giacobino Giovanni Antonio Ranza, costretto poi a nascondersi per sfuggire alle persecuzioni poliziesche. Altre manifestazioni seguirono fino all'arrivo dei francesi nel 1796 e, a Crescentino, le truppe provocarono devastazioni alle confraternite, ma ancor di più furono i danni degli austro-russi che nell'agosto del 1799 costrinsero i crescentinesi con la violenza alla consegna di ingenti quantità di granaglie, farina e fieno ai soldati diretti ad Alessandria.
La prospettiva di annessione alla Francia aveva provocato dei torbidi ovunque, repressi con la forza dal generale Grouchy, comandante in Piemonte, mentre Suvarov, a capo degli austro-russi, dopo aver vinto prima il generale francese Scherer e poi il suo successore Moreau a Cassano, si avvicinava a Torino. In questa circostanza si costituì la formazione di irregolari antifrancesi detti Massa Cristiana del Brandalucioni, già ufficiale al soldo dell'Austria, che seminò terrore e disordini. L'anarchia e il brigantaggio crebbero a tal punto che il comune di Crescentino dovette costituire un gruppo di cittadini armati per l'estirpazione dei malviventi. Essi avevano il compito di pattugliare le strade di giorno e di notte, soprattutto le vie di accesso al paese, onde prevenire fatti delittuosi, come furti, grassazioni e omicidi.
Fra gli avvenimenti che nel 1799 fecero maggiormente scalpore ci fu il passaggio di papa Pio VI da Crescentino, condotto prigioniero in Francia. Per evitare che il pontefice accendesse il fanatismo delle folle, venne scelta la strada Casale-Torino, attraverso Trino e Crescentino. Il vescovo di Casale, Ferrerò della Marmerà, ne dava avviso ai padri filippini di Crescentino, affinchè predisponessero un locale per il pernottamento del papa. Enorme dovette essere lo sbigottimento dei crescentinesi, quando il 23 aprile videro giungere in una carrozza trainata da quattro cavalli il capo della cristianità, vecchio e malato, accompagnato solo dai monsignori Spina e Caracciolo e, scortato da un capitano e venti dragoni francesi, pernottare nella casa parrocchiale per poi essere esiliato in Francia.
Con la vittoria di Marengo, ottenuta da Napoleone, ritornò la pace e la stabilità, ma la grave crisi finanziaria favorì il processo di annessione del Piemonte alla Francia (11 settembre 1802). Poco prima vennero aboliti gli ordini religiosi e i loro beni incamerati, ad eccezione di quei sodalizi che avevano come scopo l'istruzione o l'assistenza agli infermi. A Crescentino il provvedimento colpì la congregazione dei padri filippini, i francescani, nonché le proprietà delle confraternite. Dopo un mese dall'emanazione del decreto del 28 Termidoro anno X (15 agosto 1802), il convento situato nella contrada Chiò (oggi via Dalmazia) dovette essere sgomberato, mentre i filippini, oltre all'abbandono del loro edificio di via Degregori, furono costretti a cedere la titolarità della parrocchia al clero secolare. A tutti i religiosi venne fatto divieto di indossare gli abiti del proprio ordine: dei beni messi all'incanto, quasi nulla potè essere salvato. Statue, quadri, libri, suppellettili e arredi sacri vennero dispersi e venduti al miglior offerente.
La borghesia crescentinese, spinta dalle circostanze e dai successi ottenuti da Napoleone, aderì pragmaticamente al corale tripudio che annunciava l'annessione del Piemonte alla Francia, soffocando le pur esistenti ma timide voci dei tradizionalisti, fedeli alla monarchia sabauda. I maires di Cresccntine, più per opportunismo che per convinzione, si uniformarono alle rigide direttive dei prefetti, su cui poggiava il principio dell'unità politica dello stato, fornendo minuziosi elenchi informativi sulla capacità contributiva della città. Fra questi notabili, che esercitavano professioni liberali in genere più aperte alle nuove idee, spicca la figura dell'avvocato Gaspare Degregori (1768-1846), che ricoprì incarichi vari nella commissione fiscale e, nel 1801, entrò come sottoprefetto nel circondario di Lanzo. Su proposta del generale Jourdan venne poi nominato da Napoleone commissario governativo, ossia procuratore imperiale presso i tribunali di prima istanza di Asti e Acqui. Nel 1809 passò al corpo legislativo del dipartimento del Sesia, incarico che mantenne fino al 1811, quando fu designato come presidente di camera presso la corte imperiale di Roma.
Quantunque la figura di Gaspare Degregori sia controversa e non sufficientemente studiata, a lui va il merito di aver compiuto una lunga serie di studi sulla Vercellese letteratura ed arti, opera divisa in quattro parti, rilegata in tre tomi, edita a Torino nel 1819-1824. Nel periodo della Restaurazione svolse un'intensa azione diplomatica a favore della città di Crescentino, in merito ai danni provocati dall'occupazione austriaca. Inoltre, individuò nel monaco vercellese Giovanni Gersen da Cavaglià l'autore del libro 1''Imitazione di Cristo, rivendicando a lui la paternità contro coloro che attribuivano tale famoso trattato di ascetica al prussiano Tommaso da Kempis. Fin dal 1802 il consiglio municipale di Crescentino provvide ad attuare le prime disposizioni sul reclutamento dei soldati e, più tardi, dispose la locazione degli stabili evacuati dai francescani e l'acquisizione dell'ex convento dei padri filippini. Furono abbattute le fortificazioni della porta Pareto, sulla strada per Livorno, consentendo l'utilizzo dei sedimi per la costruzione di case civili.
In seguito alle nuove leggi, venne elaborato un progetto per la realizzazione di un nuovo cimitero accanto alla chiesa romanica di San Pietro e la conseguente soppressione di quello urbano, presso la chiesa della Risurrezione. Nel 1808 iniziò la riforma del catasto sotto la dirczione del segretario comunale avvocato Pier Maurizio Degregori, la cui stesura definitiva fu seguita da Alessandro Degregori di Balduc e Paolo Aymonin, in seguito alla morte del Degregori. Un lavoro estremamente utile ed importante, perché per la prima volta si redigeva una mappa parcellare di tutto il territorio, compreso il comune di San Genuario, con l'indicazione della rendita e il nome del proprietario.
L'avvenimento però che fece maggior clamore in quegli anni fu il passaggio di Napoleone da Crescentino nel 1805. Ai primi di luglio, dopo aver assistito ad un solenne Te Deum nella chiesa di San Lorenzo a Genova, l'imperatore ricevette i vescovi dei dipartimenti liguri, distribuì numerose decorazioni, indi partì per Torino, passando per Casale Monferrato e Crescentino. Nella nostra città, alla notizia dell'imminente arrivo del corteo imperiale si fecero imponenti preparativi. Oltre la sistemazione delle strade e gli addobbamenti al palazzo civico, il maire Felice Saracco fece presidiare dal battaglione della Guardia Nazionale il traghetto sulla Dora Baltea, nonché le vie di accesso del paese e, nel contempo, comunicò al comune di Verrua di tenersi pronto nel caso che l'imperatore volesse visitare il castello. Il comune di Livorno Piemonte aveva inviato la banda musicale che si aggiunse ai tamburi locali. Napoleone giunse il giorno 7, accompagnato da prefetti, generali e alti dignitari, tutti accolti da smodate manifestazioni di cortigianeria e con un grandioso cerimoniale. Dopo il pranzo e il pernottamento, ritornò in Francia passando da Torino. Bisogna sottolineare che i benefici portati dalla legislazione napoleonica furono indubbiamente notevoli.
I nuovi codici offrivano una normativa chiara e precisa, secondo le necessità dei tempi. E a parte talune innovazioni, come il divorzio, le successioni ab intestato (cioè coloro che morivano senza aver fatto testamento) e il regime di comunione fra coniugi, viste con sospetto, il resto fu accettato favorevolmente. I membri dell'amministrazione comunale di Crescentino si prodigarono per attuare rigorosamente le disposizioni prefettizie. In particolare furono sistemate le vie di comunicazione verso Casale, Lamporo e Chivasso, aperti nuovi canali irrigatori, migliorata l'istruzione pubblica ed istituito un Comitato di Beneficenza che sostituì la Congregazione di Carità.
Un'altra conseguenza fu l'incentivazione dell'agricoltura e l'inserimento della produzione del grano e del riso in un più vasto mercato apertosi in seguito alla soppressione delle barriere doganali. Nelle campagne crescentinesi vi fu un sensibile aumento dei prodotti cerealicoli in genere. Le leggi sull'incameramento dei fondi agricoli ecclesiastici dell'abbazia di San Genuario, delle confraternite e delle opere pie locali, misero in circolazione nuove terre che confluirono non solo a ricchi possidenti, ma anche a fittavoli e mezzadri che disponevano di una certa liquidità monetaria. Questi ultimi approfittando della nuova opportunità di guadagno in proprio, si aggiudicarono vari cascinali, anche di modesta entità, dove i loro padri avevano lavorato per una lunga serie di anni.
Non mancarono tuttavia episodi di reazione contro la coscrizione militare e attacchi a funzionari napoleonici, da parte di certi esponenti della classe borghese. Nell'aprile del 1814, tre giorni dopo che gli alleati accordarono a Napoleone la sovranità dell'isola d'Elba, vi fu in Crescentino qualche manifestazione di giubilo da parte dei vecchi monarchici. Il maire Filippo Barrilis annotava che in casi come questi uno dei primi doveri di un amministratore era quello di mantenere il buon ordine e la tranquillità pubblica. Di fronte all'incertezza della situazione il Barrilis restò in carica fino al 21 giugno, indi si insediò la nuova amministrazione, alla quale presero parte molte persone della vecchia nomenclatura napoleonica. Il maire fu sostituito dal sindaco Alessandro Degregori di Balduc e uno dei maires precedenti, Felice Saracco, rimase come consigliere.

DALLA RESTAURAZIONE AL RISORGIMENTO
Quando, dopo il periodo napoleonico, Vittorio Emanuele I entrò in Torino, i rappresentanti della vecchia classe aristocratica crescentinese che avevano servito il passato regime, sia pure in organismi di modesto rilievo politico, non subirono gravi contraccolpi; tuttavia, il decreto del 21 maggio 1814 che abrogava le innovazioni introdotte dal governo napoleonico, li colpì inevitabilmente e il loro posto fu occupato da coloro che erano rimasti fedeli alla monarchia sabauda. Il nuovo comandante della provincia di Vercelli, Luigi Albrione, fin dall'aprile del 1815, invitava il sindaco di Crescentino a redigere un rapporto riservato su tutte quelle persone che avevano avuto incarichi da parte del governo napoleonico e, dopo la disfatta di Waterloo (15-20 giugno), ordinava, entro il termine perentorio di 20 giorni, il rimpatrio di tutti i funzionari francesi eventualmente dimoranti nella città dal 1792. Ai passati sconvolgimenti, come ci si esprimeva nel gergo burocratico, la Restaurazione reagì chiamando al governo uomini impreparati per affrontare problemi economici e finanziari imposti dal nuovo assetto politico. Cosicché, sia nell'amministrazione comunale che in quella dell'ospedale, non passò molto tempo che ritornarono gli stessi crescentinesi che servirono il governo di Bonaparte.
Se la borghesia locale, collusa coli'amministrazione francese, aveva cercato di far buon viso al ritorno della monarchia sabauda, le classi rurali del territorio trovarono solo un apparente sollievo nella scomparsa di qualche tributo, poiché, poco dopo, nonostante alcuni cambiamenti, si verificò una carenza di prodotti agricoli, tanto che il comune dovette provvedere con mezzi straordinari al reperimento del grano e di altri cereali anche da paesi vicini. Ciò fu causato particolarmente dall'esercito austriaco, al comando del principe di Scharzemberg, che aveva preso possesso del Piemonte a nome del Consiglio di Reggenza. I soldati di passaggio da Crescentino, depredarono con la violenza gli abitanti delle borgate, indi presentarono al comune una lista di vìveri di prima necessità: pane, carne, riso, cereali, vino, acquavite, sale e fieno. Alle prime rimostranze incendiarono il civico quartiere a scopo intimidatorio, finché la comunità dovette cedere e, dal 9 maggio al 16 giugno 1814, fu costretta a somministrare 10.479 razioni di pane, senza contare gli altri rifornimenti e i mezzi da trasporto, come buoi e cavalli. L'eccessiva reazione contro le innovazioni napoleoniche finirono per condurre il Piemonte intero ad una grave crisi finanziaria. Neanche uomini intelligenti e capaci come Prospero Balbo e Giuseppe de Maistre riuscirono ad attuare le necessarie riforme. Andava frattanto crescendo il pensiero liberale che, com'è noto, costituì uno degli aspetti più importanti della cultura durante la Restaurazione, in quanto rappresentava il valore moderno della civiltà, il pluralismo e la laicità dello stato. Lo stesso Carlo Alberto aveva relazioni con molti aristocratici che nutrivano queste idee e, quando nella primavera del 1821 il contrasto tra reazionari e liberali andò crescendo, egli rinnegò ogni appoggio promesso. Con piena coscienza dell'inevitabile sacrificio, si oppose Santorre di Santarosa, cercando di galvanizzare la resistenza dell'esercito costituzionale e di portarlo sotto Novara, dove P8 aprile si combattè contro le truppe austriache che avanzavano per ristabilire il governo assoluto in Piemonte. Durante la notte e nel giorno successivo, mentre imperversava un violento temporale, oltre due mila soldati con cavalli ed artiglieria pesante, sbandati e senza ordini precisi, raggiunsero Crescentino, minacciando di distruggere la città se non fosse intervenuto il maggiore Luigi Monateri, il quale, con la fermezza del vecchio militare, riuscì a richiamarli al senso dell'onore e salvare il paese dalla catastrofe.
Quando nel 1832 Giuseppe Mazzini da Marsiglia lanciò il suo manifesto programmatico della Giovane Italia, aderirono fin dal principio due crescentinesi: l'ex ufficiale dei dragoni di Savoia Alessandro Reale e l'avvocato Giovanni Tournon, i quali, insieme all'ingegner Pietro Bosso di Vercelli (1799-1857), svolsero attività di propaganda delle idee mazziniane. Successivamente, non risulta ci siano state significative adesioni della borghesia locale ai vari movimenti rivoluzionari. La concessione dello Statuto (8-2-1848) fu però accolta non solo da formali manifestazioni indette dal comune, ma anche con giubilo dalla popolazione e per l'occasione venne dedicata a tale avvenimento la contrada degli Scaramanni (ora via Francesco Bena). Gli avvenimenti successivi si inseriscono nella storia del Risorgimento italiano, dove la città di Crescentino espresse importanti personaggi, come il tenente Generale Ettore Bertolè-Viale (1827-1892), il maggiore dei bersaglieri Sebastiano Costantino (1831-1916), il professore don Giacomo Vincenzo Bossi (1787-1866). Quest'ultimo, chiamato dal conte Cesare di Saluzzo ad insegnare presso la regia accademia militare di Torino, entrò in contatto col mondo intellettuale e collaborò con Massimo d'Azeglio al giornale Amico d'Italia. Ottennero la medaglia d'argento al valor militare per particolari meriti il generale Felice Barrilis, Adriano Tournon, il sergente Antonio Borgondo e il soldato Crescentino Laio del 9° reggimento fanteria, mentre al capitano Lorenzo Bertolè-Viale fu concessa la medaglia di bronzo. Il sottotenente Gaspare Giovanni Bottino (passato all'arma dei carabinieri) fu insignito della croce dell'ordine Militare di Savoia per la difesa del palazzo delle finanze di Palermo, durante i moti del settembre 1866.
Resta da ricordare come il 25 marzo 1859, con una gigantesca operazione che suscitò vivaci reazioni fra i contadini di Crescentino e San Genuario, vennero allagate le campagne vercellesi, facendo straripare i canali demaniali, per ostacolare l'avanzata austriaca. L'allagamento - come testimoniò l'ingegner Carlo Noè - fu attuato mediante sbarramenti trasversali, in modo tale che le acque prendevano per ogni dove a sommergere le campagne adiacenti, portando la mia attenzione di preferenza su Crescentino, Saluggia e Cigliano, avvengaché io riputassi, essere questa la prima barriera da frapporsi all'avanzamento del nemico verso Chivasso; e tanto vi adoperai, che segnatamente il territorio di Crescentino e sue adiacenze al passo della Dora di sant'Anna, siccome più scoperto e di facile passaggio, si trovasse, e lo fu di fatto, letteralmente convertito in lago.
I danni provocati all'agricoltura furono ovviamente ingenti, ma con questa iniziativa -dirà più tardi Cavour - noi abbiamo impedito ali 'invasione austriaca di estendersi fino alla capitale. Tuttavia, verso la fine del mese successivo le forze imperiali attraversarono il Ticino per marciare su Torino, al fine di neutralizzare l'esercito sardo prima che le divisioni di Napoleone III comparissero sul Po. Le truppe sabaude, con abile decisione strategica, rimasero concentrate nella zona collinosa a sud del Po, compresa fra Casale Monferrato, Valenza ed Alessandria. Qui si distinse il bersagliere crescentinese già ricordato Sebastiano Costantino, mentre nelle successive battaglie di Montebello, Palestro e Magenta si guadagnarono la croce d'argento al valor militare e la legion d'onore francese i fratelli Ettore e Carlo Francesco Bertolè-Viale, il primo col grado di maggiore e il secondo con quello di capitano.
Fra il 1861 e la vigilia della prima guerra mondiale, anche Crescentino ebbe, come riflesso delle istituzioni liberali, la possibilità di far partecipare alla cosa pubblica molti dei suoi migliori cittadini. In generale, lo sviluppo della produzione agricolo-artigianale, impiegando masse di lavoratori sempre più cospicue nella produzione di beni e di servizi, diede modo di rivendicare tutta una serie di diritti, che andavano dal voto alla possibilità di associarsi per fini politici e sociali. Nacque così la Società degli artisti, operai e contadini della città e territorio di Crescentino, dal motto Amiamoci-Uniamoci-Soccorriamoci, avente per scopo la fratellanza e il mutuo soccorso. Con regio decreto del 23 dicembre 1866, in ogni capoluogo di circondario venne istituito un Comizio grario per l'utilità e l'incremento dell'agricoltura. Il comune di Crescentino vi partecipò con un rappresentante, onde poter collaborare e promuovere iniziative e, insieme ai soci del sodalizio, sensibilizzare il governo su problemi concernenti l'agricoltura. Più tardi (1872), venne costituita la Società per i Militari in congedo, che si proponeva non solo di celebrare ricorrenze di carattere militare, ma anche di aiutare i reduci feriti, malati o meno abbienti. L'attività di tali sodalizi si accompagnava spesso con festeggiamenti, ritrovi, balli o altre forme di ricreazioni popolari, sempre finalizzate alla promozione sociale dei componenti. La società era anche un luogo per poter discutere fuori dalle osterie su problemi di vario genere, dalla politica all'economia, soprattutto quando si trattava di eleggere un rappresentante locale al Parlamento di Roma.

IL COLLEGIO ELETTORALE
Fin dal 23 ottobre 1859, con la legge Rattazzi, Vercelli perse il suo ruolo di capoluogo di divisione amministrativa e venne aggregata alla provincia di Novara. Crescentino fu con Santhià e Vercelli uno dei tre collegi elettorali fino al 1922. Dal 1848 al 1860, Trino e Cigliano ebbero collegi propri, poi, il 17 dicembre 1860 furono incorporati in quello di Crescentino, il quale estese la sua giurisdizione elettorale a Costanzana, Palazzolo Vercellese, Fontanetto Po, Lamporo, Saluggia, Livorno Ferraris, Bianzè, Borgo d'Ale, Moncrivello: il primo rappresentante in parlamento fu Carlo Boncompagni di Mombello, conte di Lamporo (1804-1880), poi ministro dell'agricoltura e del commercio, della pubblica istruzione, di grazia e giustizia ed il cui nome è legato al nostro Risorgimento per le numerose azioni politiche da lui compiute, sia come governatore della Toscana, in nome del principe di Carignano, sia come scrittore ed educatore. La rappresentanza parlamentare continuò col crescentinese Felice Chiò, illustre matematico (1813-1871), fino al 1861, salvo due brevi legislature nelle quali furono eletti Giacomo Lignana e Leandro Saracco (1801-1854). Quest'ultimo, pure di Crescentino, già docente di diritto e poi rettore dell'Università di Torino, nel 1847, insieme ad Angelo Brofferio, difese davanti ai magistrati di cassazione il generale Gerolamo Ramorino, condannato a morte per inesecuzione di ordini militari.
. Successivamente fu la volta di Carlo Luigi Farini, al quale seguiva, per una legislatura, Casimiro Ara. Non riuscì ad essere eletto il garibaldino Domenico Narratene di San Genuario (1840-1899), che combattè all'Aspromonte e fu amico, oltre che di Garibaldi, anche di Mazzini e Saffi. Seguirono numerose legislature di un altro personaggio di Crescentino che fece una brillante carriera militare: il tenente generale Ettore Bertolè-Viale già ricordato, che collaborò col generale Manfredo Fanti alla formazione di un esercito nazionale e alla fondazione della scuola militare di Modena (oggi Accademia Militare). Nella campagna del 1866, il generale vercellese Ignazio de Genova di Pettinengo, scelse il Bertolè-Viale, allora capo di stato maggiore del corpo di Firenze, come Intendente Generale dell'esercito. Generale a soli 39 anni (il più giovane d'Italia), divenne aiutante di campo del re, indi nel 1867, venne eletto deputato nel collegio di Crescentino, in ballottaggio con l'avvocato Federico Spantigati. Quale ministro della guerra fino al 1869 e poi ancora nell'aprile del 1887 fino al febbraio 1891, ebbe viva parte nella politica militare di quegli anni, finché apparve all'orizzonte Giovanni Faldella (1846-1928), un giovane bozzettista e giornalista, nato a Saluggia da famiglia originaria di Brozolo, che acquisterà presto un posto di rilievo nel campo delle lettere, dove un giudice severo come Giosuè Carducci lo aveva difeso in una fiera polemica sul suo linguaggio scapigliato.La rappresentanza del Faldella durò fino al 1895, quando gli successe il marchese Domenico Fracassi, passato poi al senato. Seguì il liberale Carlo Montù, nato a Torino da famiglia oriunda di Livorno Ferraris.
Nel 1913 l'elezione del Montù si presentò piuttosto difficile per la fama del suo avversario Fabrizio Maffi (1868-1955), il quale, come medico condotto a Bianzè, si era acquistato non poche simpatie fra la gente, soprattutto nel ceto più povero, tanto che nelle precedenti elezioni del 1904 aveva riportato 2566 voti contro 2978 ottenuti dal Fracassi. Aderendo al rivendicazionismo socialista sostenuto dal periodico La Risaia, fondato da Rinaldi Locamo, il Maffi, dal contatto quotidiano con la gente dovuto alla sua professione, aveva preso coscienza delle deplorevoli condizioni di sfruttamento di operai e salariati, considerati dai proprietari soltanto come strumenti di lavoro. Di fronte al movimento di pensiero, impetuoso e ribelle, che rivendicava un salario e un lavoro più umano, la borghesia e i grandi proprietari terrieri rimasero sostanzialmente ostili. Gli elementi conservatori mettevano poi la questione della disciplina statale e della legge sopra ogni altra cosa, mentre la corrente socialista cresceva tra le masse ancora prive di esperienza politica, ma che tuttavia si facevano sentire di fronte a palesi violazioni, come successe nel 1903 a Crescentino, quando due braccianti, a nome della Lega fra i contadini, denunciarono l'abuso di proprietari che costringevano circa 50 operai ad un orario di lavoro troppo oneroso. Episodi, più o meno analoghi, venivano segnalati in tutto il vercellese, specialmente durante la monda del riso. Siffatte idee sociali contagiarono anche il viceparroco don Pietro Sartoris, che nel 1909, dopo aver udito Podrecca, aderì al movimento e tenne a Crescentino una conferenza al riguardo.
In questo periodo, fra gli avvenimenti meritevoli di segnalazione, ricordiamo che per la prima volta, i coscritti che da Lamporo e Fontanetto Po venivano a Crescentino, capoluogo di mandamento, a tirare il numero per il servizio militare (1907), festeggiarono in pace l'avvenimento, abbandonando le risse sanguinose che avevano funestato gli anni precedenti. Nel 1911 fece ingresso l'energia elettrica che pian piano sostituì i lumi a petrolio nelle case e i lampioni a gas nelle pubbliche piazze. Nel 1912, in seguito ad una grave crisi economica e dissensi nella maggioranza, il consiglio comunale rassegnò le dimissioni al prefetto di Novara, il quale incaricò il commissario prefettizio Roberto Monticeli! a reggere l'amministrazione fino alla ricostituzione del nuovo consiglio, che avvenne il 22 luglio 1913, con l'elezione a sindaco del conte Adriano Tournon.
Quando sul principio del 1911 la stampa di tendenza costituzionale sostenne la campagna per indurre il governo italiano alla conquista della Tripolitania, anche Crescentino fu raggiunto dai periodici vercellesi, allineati con la stampa nazionale per rivendicare il famoso posto al sole, che la Risaia definì un autentico delitto. Cosicché nelle elezioni del 26 ottobre 1913 il Maffi, che si era scagliato contro la dichiarazione di guerra del 29 settembre nei confronti di Tripolitania e Cirenaica, venne eletto nel collegio di Crescentino con 5774 voti, battendo il liberale Montù. Ma oltre alle notizie che giungevano da questo fronte, altre ben più minacciose si affacciavano: col trattato di Londra del 27 aprile 1915, l'Italia si era impegnata ad entrare in guerra entro trenta giorni e, il 23 maggio, il duca d'Avarna, ambasciatore del re a Vienna, ne consegnò la formale dichiarazione all'imperatore d'Austria. A questo gigantesco conflitto mondiale, Crescentino diede un notevole contributo di vite umane. Una lapide apposta alla torre civica il 4 novembre 1920 ne ricorda i caduti. Dopo l'armistizio, oltre ai caduti, Crescentino pianse anche oltre un centinaio di vittime dell'epidemia detta la spagnola, che si curava solo a base di chinino.

LA COMUNITA' EBRAICA
Attualmente non ci sono più famiglie di religione ebraica residenti a Crescentino, ma altrove si trovano numerosi discendenti di gruppi familiari stanziatisi nella nostra città fin dal 1621. I ceppi più importanti erano rappresentati dai Jona, Foa, Moise, Amar, Luzzati, Segre e Sacerdote. Alcuni provenivano da Trino e Vercelli, altri da Moncalvo. La dolorosa vicenda della diaspora che in epoche diverse spinse gli ebrei a prendere dimora in Piemonte non è ancora stata sufficientemente studiata, ma le motivazioni della fuga di interi clan dalla Francia e dalla Spagna per raggiungere le nostre terre sono quasi tutte riconducibili a provvedimenti restrittivi. I loro quartieri divennero una sorta di domicilio coatto sotto il nome di Judaica (di qui la Giudecca di Venezia) e successivamente vennero denominati ghetti, da getto (in veneziano gheto), perché proprio a Venezia l'accampamento degli ebrei si trovava vicino a una fonderia di metalli. Nel ducato sabaudo la regolamentazione dei rapporti fra gli ebrei e lo stato venne affrontata per la prima volta nel 1430 da Amedeo Vili, il quale, riprendendo alcuni precedenti statuti, stabiliva che essi potevano abitare in tutti i suoi domini e, inoltre, doveva cessare ogni molestia nei loro confronti.
Fra le altre disposizioni, il duca proibiva agli ebrei di comperare la carne nel pubblico macello che a Crescentino si trovava al pian terreno del palazzo comunale, obbligandoli ad avere un proprio servizio. Curiosa è un'altra norma, con la quale si inibiva agli ebrei di chiedere privilegi, sotto pena di nullità della concessione stessa, a causa della loro subdola invadenza, un giudizio stereotipo recepito dal legislatore di quel tempo. La loro dimora a Crescentino non era relegata ad un ghetto, come a Moncalvo e a Vercelli, ma era ammessa in forza di concessioni temporanee. Per tale "tolleranza", essi dovevano versare all'erario una elevatissima tassa denominata stagio. Inoltre, sulle loro dimore abituali, vigeva il gazacà, ovvero uno speciale vincolo giuridico che li precludeva dal possedere beni immobili. Ad onta dei suddetti inasprimenti, la situazione degli ebrei a Crescentino come negli altri paesi vicini fu meno dura rispetto a quella di altre città italiane.
Quantunque esclusi dalla vita pubblica e dalle professioni liberali (ad eccezione della medicina), essi parteciparono alla cultura, recando importanti contributi. Il prestito su pegno che essi praticavano di preferenza accanto ai banchi feneratizi e ad altre più complesse operazioni, costituì la fonte economica primaria di sostentamento. Le necessità creditizie e l'esigenza di corrispondere censi dietro pagamento della tassa di concessione (tuitio regia), spinsero i duchi sabaudi ad accordare l'istituzione di nuovi banchi in Piemonte, riconosciuti e tutelati. Le ultime famiglie ebraiche residenti a Crescentino, erano proprietarie dell'ex convento francescano di via Dalmazia e del palazzo situato all'inizio di via F.Bena, già sede della Banca Popolare di Novara, detto appunto casa Jona.

DAL FASCISMO ALLO STATO DEMOCRATICO
Anche se il processo politico che portò l'avvento del fascismo è una problematica già ampiamente studiata, per quanto attiene l'ambito strettamente locale, manca un'analisi attenta e puntuale sui primi movimenti e sulle persone che vi aderirono. Una serena e distaccata valutazione storica è comunque assai difficile per la grande diversità di fenomeni e situazioni che si susseguirono nei vari paesi del vercellese due anni dopo la fine della guerra 1915-1918. In quel periodo si erano sviluppati un pò ovunque gravi malcontenti contro il rincaro della vita e un diffuso malumore verso quel capitalismo che non voleva rinunciare agli alti guadagni minacciati seriamente dalla riconversione industriale. Nelle campagne cresccntinesi, in analogia a quanto avveniva altrove, i braccianti agricoli e i mezzadri erano in continuo stato di tensione contro i proprietari, i quali facevano pagare la diminuzione dei profitti agli elementi più deboli della catena di lavoro. Di fronte a questa situazione gli interventi governativi non fecero altro che accrescere il disappunto delle masse popolari e i provvedimenti indussero il capitalismo finanziario a coalizzarsi per respingere le richieste di operai e contadini. Su questo tessuto si inserì il movimento fascista, per la cui formazione entrarono in gioco anche diversi altri fattori, dalla smarrita fede nel liberalismo razionale, all'avversione verso i sindacati e verso il socialismo d'ispirazione bolscevica, temuti dalla borghesia. Quando sul principio del 1921, l'attività dello squadrismo si diffuse in tutto il vercellese con risse violente, intimidazioni, accoltellamenti, morti e occupazioni di sedi comunali, il fenomeno fu sottovalutato. Molti ritennero che esso, dopo aver ridotto al silenzio i propri avversari, sarebbe rientrato nella legalità costituzionale. Ma tali previsioni non si avverarono e, poco più tardi, i fascisti diranno che lo stato liberale non riuscì né a dominare la realtà effettiva, né a mantenere l'ordine pubblico. Conseguentemente, essi avevano dovuto assumersi il compito di dare un nuovo ordine sociale ed economico, quando la fase socialista aveva esaurito la sua esperienza.
A queste direttive furono costretti ad adeguarsi anche gli amministratori del comune di Crescentino, i quali in seduta straordinaria indetta dal sindaco il 30 marzo 1924, uscirono con un comunicato, ambiguo nella forma, ma chiaro nella sostanza, inneggiante all'immane opera di ricostruzione spirituale ed economica iniziata dal governo di S. E. Mussolini, per sostenere la quale appariva doveroso impiegare tutte le proprie forze al trionfo della lista nazionale, mediante un Comitato esecutivo di cinque membri con l'incarico di lanciare un appello elettorale e di concretare tutti quei mezzi pratici che reputi più acconci e conformi alle direttive ventilate doli 'assemblea medesima. Però, rispetto ad altri paesi del vercellese, il fascismo a Crescentino penetrò un pò più tardi, dapprima solo a livello ideologico presso alcune famiglie borghesi e poi anche nell'ambiente dei lavoratori agricoli.
Il primo podestà fu l'avvocato Febo Carette che si dimise nel 1932, le cui funzioni furono assunte dal consigliere di prefettura dottor Ugo Severini. Seguì il geometra Giovanni Miglino, indi dal 29 marzo 1941 il geometra Antonio Dellarole. Anche a Crescentino, dopo l'8 settembre 1943 si formò un gruppo di opposi zione armata all'occupazione tedesca e alla repubblica di Salò, che costituì l'embrione del futuro C.L.N.
Nelle campagne e nelle vicine colline di Verrua Savoia la guerra civile si fece sentire in tutta la sua asprezza. Le reazioni nazifasciste alle azioni partigiane, spesso condotte in modo improvvisato, assunsero caratteri di inumana crudeltà, ricorrendo all'uccisione di persone civili ed i nnocenti, come accadde l'8 settembre 1944, quando vennero fucilati nove uomini sul piazzale della stazione ferroviaria, quale ritorsione per l'uccisione di un tedesco da parte di partigiani nel ristorante della stazione stessa. Undici giorni dopo la città venne prima saccheggiata e poi incendiata dai tedeschi. Trentanove case andarono distrutte e i danni furono stimati in 50 milioni dell'epoca. Pur nella sua grande diversità di situazioni, la Resistenza significò comunque un rifiuto all'incivile ideologia nazifascista e rappresentò un particolare valore morale nella lotta per la libertà e la democrazia.
Il 2 giugno 1946 segnò la nascita della Repubblica e, diciotto mesi dopo l'elezione di un'Assemblea costituente, il 22 dicembre 1947, venne approvato il testo definitivo della Costituzione. Il primo sindaco del dopoguerra fu il maestro Guido Casale (socialista), seguì dal 1951 al 1985 il professor Massimo Pedrale (democristiano), indi il geometra Giovanni Franco Bonesso (socialista), a cui successe il professor Luigi Canonica (socialista). Infine, dal 1995 la dottoressa Marinella Venegoni, giornalista, sotto il simbolo Amare Crescentino.

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Per gentile concessione della LIBRERIA MONGIANO EDITRICE
Tratto dal libro "Crescentino nella storia e nell'arte"

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